ITALIAN press

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NINNI MORGIA

Ladyboy Sonata

L’ennesimo lavoro di un sempre più stakanovista Ninni Morgia arriva sotto forma anch’esso di nastro e si infila nella tradizionale linea guitar-solo con cui il siciliano ci aveva deliziato nelle uscite targate Setola di Maiale. Ladyboy Sonata è un album a tutti gli effetti, per complessità e lunghezza e mostra il lato più ostico e no-compromise di Morgia, tra eruzioni di chitarre in modalità noise (i 9 cataclismatici minuti di Freakcore sono esemplari), disturbanti vuoti fatti di sfregamenti e tapping infernale (Questions, Waiting,Mind And Spirit) e ipnotiche circonvoluzioni al calor bianco (Vomit Reflex). Ennesima conferma della statura di Morgia. Sentireascoltare

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MARCELLO MAGLIOCCHI

Music For Sounding Sculptures In Twenty-three Movements

[...] Lavoro decisamente piu’ complesso (anche nella durata) quello del percussionista Marcello Magliocchi, gia’ insieme a Morgia nel valido “Sound Gates” di qualche mese fa. Il suo concerto per metalli percossi si addentra in miriadi di linguaggi percussivi e timbrici, dall’etnico all’avantgarde fino a ruvidezze pseudo-ambientali, tutto con classe inappuntabile e nessun disdegno per la ruggine e i rumori meno ortodossi. Chiaramente il disco deve molto all’opera di Harry Bertoia, con un taglio esoterico ed esplorativo che lo rende appetibilissimo anche ai fan di Harry Partch e Z’ev. (7/8)   Federico Savini, Blow Up, Dicembre 2011

L’altra tape è appannaggio di Marcello Magliocchi, percussionista e sound-artist già protagonista del catalogo Ultramarine con un lavoro a 4 mani con Ninni Morgia. Music For Sounding Sculptures In Twenty-Three Movements è esattamente ciò che il titolo prefigura: 23 bozzetti registrati in una torre presso Villa Castello Smilea a Montale (PT) in cui il musicista barese “suona” le sculture sonore create da Andrea Dami. Agglomerati materici/metallici (acciaio, ferro, alluminio più corde, sassi, ecc.) dalle forme sinuose e dalle modulazioni eterogenee che sotto le sapienti mani di Magliocchi assumono le forme del gamelan, del flusso impro-rumorista, della poliritmia afro-industriale, dell’ambient e droning. Mostrando come una sensibilità comune possa trovare forme espressive diverse, ma convergenti. Stefano Pifferi, Sentireascoltare

Ultramarine ancora attivissima con questa interessante cassettina di Marcello Magliocchi, compositore, batterista e percussionista barese attivo sin dagli anni Settanta nel giro jazz e impro. Basti pensare che nel corso della sua carriera ha suonato e collaborato con artisti del calibro di Lenoci, Ottaviano, Mal Waldron e Steve Lacy. Registrato nell’ottobre del 2010, “Music for Sounding Sculptures” contiene ben 23 movimenti di musica oscura e stratificata. Vengono in mente la AMM e i gamelan indonesiani, l’africa, la sound art e l’improvvisazione più intensamente poliritmica. Ne viene fuori un suono indefinibile, profondo e caldo, capace di dischiudere ad ogni nota un mondodi sensazioni contrastanti. Antonio Ciarletta, Ondarock

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SILVIA KASTEL

Love Tape

Titolare di Ultramarine, fonica e ovviamente musicista del giro impro, Silvia Kastel ci regala finalmente un lavoro in solitaria. Finalmente, perché alcune delle sue apparizioni in lavori di altri artisti lasciavano intendere una cifra espressiva piuttosto personale. Il suo synth sfrigolante, infatti, è tra le cose più  inquiete ed inquietanti sia dato di sentire ultimamente, e questa bella cassettina conferma le impressioni. Immaginate delle Metalux al massimo dello sfascio psicologico o dei Throbbing Gristle dell’età della pietra e otterrete  (più o meno) il suono di “Love Tape”. Il piatto è inoltre arricchito (si fa per dire) da un impianto ritmico frenetico, anche se si tratta di battiti secchi, freddi e irregolari. Il Moaning della Kastel è poi sensuale e morboso al contempo. Una strega-sirena per i nostri incubi quotidiani. Antonio Ciarletta, Ondarock

Questo mese su Gimmes si va di tapes, redivive testimoni di un passato che non vuole morire. La Ultramarine di Silvia Kastel fa il “piccolo” passo e dopo una serie di ottimi vinili, pubblica i suoi primi nastri. Ad inaugurare è proprio la titolare che in Love Tape va di solo per synth e voce creando spettrali ambientazioni e evanescenze (Umine), ossessioni percussive (So White) in progressivo sfasamento/sfaldamento, post-punk tribaloide e alieno (Mrs A. d.) prima di smaterializzarsi su dimensioni vocali from outer space che fanno della Kastel non solo una lungimirante label-owner, ma anche musicista di primo piano in bilico tra impro, noise e gelide atmosfere haunted. Stefano Pifferi, Sentireascoltare

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Ninni Morgia & Marcello Magliocchi “Sound Gates” LP

Marcello Magliocchi non e’ uno che ami far parlare di se’. Attivo fin dagli anni ‘70 nei circuiti dell’improvvisazione radicale, pur avendo suonato coi grandi nomi del settore (Evan Parker, Peter Kowald, Joelle Leandre, ma anche Mal Waldron e John Tchicai) e’ davvero molto poco conosciuto. Un peccato poco meno che mortale, dati i risultati e le autentiche prodezze, emesse sempre sottovoce, di questo duetto del batterista barese col chitarrista Ninni Morgia.

Quest’ultimo e’ un nome ben noto, capace di muoversi in contesti diversi rimanendo sempre riconoscibile, ma va detto che a questo giro il catanese sembra quasi in disparte (forse volutamente) a fianco delle invenzioni percussive di Magliocchi, uno che gli strumenti se li fabbrica su misura. I due musicisti dialogano in una dimensione che si direbbe quasi subacquea, ruvida in superficie ma sempre malleabile sul fondale, lontanissima dal prendere qualsiasi forma riconoscibile. Rispetto al valido duetto di Morgia con William Parker, qui l’intesa pare ancora superiore e il suono (fatto di scorticature, zampilli elettrici, ritualita’ metalliche) e’ fluido e mai prevedibile, all’insegna di un impressionismo squarciato da dissesti controllati. Curioso e azzeccato l’artwork, molto simile alla cover di “A Saucerful Of Secrets” dei Pink Floyd, e va a finire che non e’ nemmeno un caso.

(7/8) Federico Savini, Blow Up

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Kommissar Hjuler und Mama Baer & Ninni Morgia and Silvia Kastel “Two Couples” LP

Genere: weird love

Una coppia per lato e una musica che, per questa volta piu’ che mai, non poteva che essere all’insegna del “famolo strano”. Il chitarrista Ninni Morgia non ha piu’ bisogno di presentazioni, e a fianco della sua chitarra, che al solito prende varie forme, c’e’ la giovane Silvia Kastel, titolare dell’etichetta Ultramarine impegnata al synth e al canto. Canto che nell’inquietante Jericho e’ un sommesso spoken annidato sul fondo di una pozza di buio sintetico e angoscia domestica alla Jandek, con la sola luce intermittente delle fiammelle elettriche della sei corde di Morgia. In Search Of Red Water e’ una breve, bislacca e gocciolante improvvisazione di oggetti non identificati che pare degli Smegma, mentre in Fragments la chitarra si rivolta su se’ stessa, tarantolata, e dopo qualche minuto contagia la Kastel che prende a urlare risucchiata da un vortice di tensione (il synth) e tormento. In simili ambiti, un chitarrista come Morgia e’ fuori categoria e le allucinazioni soniche della coppia ne traggono vantaggio. Molto dipendera’ dalla capacita’ di gestire le risorse in vista di un album completo, ma per il momento la proposta e’ di sicuro effetto. Sull’altro lato (che poi sarebbe il primo) ci sono tre frammenti di irrecuperabile follia a cura di Kommissar Hjuler und Mama Baer, temibile coppia teutonica che propone un piccolo campionario di pantomime da incubo. Il loro programma, al solito, e’ a base di urla ferine, vociare sconnesso e depistante, percussioni sgraziate e ossessive, chitarrine monche che torturano sottopelle e generico sfascio domestico. Da questa bolgia pseudo-teatrale il concetto di “musica” esce vilipeso e con le ossa rotte. Il disagio e’ reale, e si sapeva, come del resto e’ cosa nota che, con la giusta disposizione di spirito, la messinscena di questo flagello psichico puo’ catturare e anche far sorridere.  -Federico Savini, Blow Up

Doppio misto con follia per una delle ultime release in casa Ultramarina. Da una parte i tedeschi Kommissar Hjuler und Mama Bear, post-situazionisti dell’ultim’ora; dall’altra la coppia Ninni Morgia / Silvia Kastel a quanto  pare rientrati tra i confini italici dopo il volontario esilio in terra newyorchese. Il bel ritratto di copertina così come la somiglianza delle pose nelle foto del retro, dicono già molto dell’approccio free e dada delle due coppie, quasi fossero aspetti speculari di una stessa insana follia.

Il lato A è appannaggio delle stramberie dei teutonici: rumori vari e chitarra trattata non si sa bene come per il Kommissar, voce off, teatrale e schizzatissima per la Mama. Improvvisazioni che su disco si fanno pure apprezzare per quello spirito naif e dada-spastico che le muove, ma che troverebbero molto più senso in qualche performance da teatro off, come per l’iniziale Stalking o per la seconda parte – tutta singulti vocali e tribalismo spastico – diZwei Eineperson Pt. 2. Vedi alla voce, New York fine ’60-inizi ’70.

I nostri sul lato b procedono di haunted psych in allucinata punta di plettro, Morgia, e modulazioni di synth spettrali e voce posseduta, la Kastel, per quattro brani incerti e claudicanti, torturati e fratturati nell’incedere ma dalla coerente resa unitaria, sempre in modalità improvvisativa. Gorghi di suono centrifugato e rimasugli di partiture per droning malfermo, chitarra allucinata e atmosfere latamente jazz, vedi Jericho o We Were Two And Now We’re Three, si fanno prediligere sull’altra coppia.

Two Couples, nonostante la frammentazione e l’eccentricità, o forse proprio per questo, è un disco consigliatissimo dal druido sciroccatoJulian Cope. Ennesima garanzia di qualità. Stefano Pifferi, Sentireascoltare

La foto sul retro del vinile è già tutto un programma, con le due coppie ritratte nella medesima posa, come a dire che, stringi stringi, il contenuto delle loro composizioni è pressappoco il medesimo. E infatti sia Kommissar Hjuler und Mama Bear che Ninni Morgia (mai attivo come in quest’ultimo periodo) e Silvia Kastel propongono un suono a base di improvvisazioni ferine e tape manipulation. Il meglio del disco sta  proprio nei pezzi del duo italiano, ossia nei suoni chitarristici - sempre più torturati e allucinanti - di Morgia e nel synth tremante della Kastel (una situazione da studiare attentamente…), che va a rinverdire i fasti dei Throbbing Gristle via MEtalux. Per quanto coerenti con il registro utilizzato dalla coppia italiana, risultano oltremodo sgraziate le improvvisazioni di Kommissar Hjuler and Mama Bear, che però hanno il pregio di mantenere alta la tensione per l’intera durata. Antonio Ciarletta, ONDArock

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Ninni Morgia & William Parker “Prism” 2LP

Questo doppio vinile che celebra la collaborazione tra William Parker e un sempre più lanciato e smaliziato Ninni Morgia è una gioia per le orecchie, poiché scansa il ristagno che ha caratterizzato una certa parte della musica improvvisata di questi anni. Al contrario, i due riescono a modellare un suono fluido, generato non tramite contrasti furibondi, quanto piuttosto per aggiustamenti progressivi, che si situa in un territorio spurio abitato dall’improvvisazione e dalla psichedelia, senza esagerare in un senso o nell’altro.
A conferire equilibrio e varietà all’impasto è il suono, mai così liquido e astratto della chitarra di Morgia, che a tratti pare quasi uno strumento elettronico dei primordi, tipo un theremin o un mini moog. Parker, dal canto suo, dispiega il contrabbasso ottenendo note corpose e avvolgenti, inframezzandole con i ghirigori weird dello zufolo e del gralle. Ne risulta una musica placida, sottilmente inquieta, che gira a base frequenze, eppure scossa a tratti da frenetici singulti ritmici che ne rendono  avventuroso l’incedere. E soprattutto mutante e bellissima nelle sue tonalità anodine. Via press sheet Parker afferma: “Questa è la musica che ho sempre avuto nella mia testa e che ho sempre desiderato fare. una musica che mi ispira visioni e colori, come i riflessi che attraversano un prisma”. C’è solo da sperare che i due non si fermino a “Prism”. PIETRA MILIARE

(17/11/2010)

Antonio Ciarletta, Ondarock
http://www.ondarock.it/pietremiliari/2010_morgiaparker.htm


È sempre la benemerita Ultramarine a dare alle stampe Prism, doppio vinile collaborativo che mette in campo forze in apparenza lontane ma unite dalla indomita sperimentazione strumentale: una leggenda del free-jazz americano, William Parker, e un giovane ed eclettico chitarrista nostrano, Ninni Morgia.

Apprezzato e adorato da mostri sacri come Derek Bailey, il primo; onnivoro sperimentatore di tutto lo spettro delle musiche chitarristiche (noise-rock, kraut, psichedelia, sperimentalismo in solo, free-jazz), il secondo, i due trovano il loro punto di contatto ideale in passaggi strumentali lontani da ciò che hanno prodotto in solo finora. L’americano contrappunta col suo contrabbasso, fa da fondale, rende fluido il tutto mentre il siciliano offre forse la sua prova più ardita e avanguardistica. Prism è tutto un lavorio di chitarra e “sulla” chitarra che genera gorgoglii alieni e rumorismi spettrali, frasi monche e puntillismo zoppo e fuori fase, fuoriuscendo quasi trasfigurata dal suo ruolo naturale. Non ce ne voglia Parker: il suo contributo al contrabbasso è tanto umile quanto essenziale per diluire e insieme legare il suono altrimenti dispersivo della chitarra di Morgia, ma è quest’ultimo e il suo strumento il vero centro nodale dell’album. Acquietando i passaggi (Prism 7Prism 4), inasprendoli quasi fino alla schizofrenia (Prism 3) o alienandoli verso una sorta di parafrasi elettronica (Prism 11Prism 15), Morgia fornisce una delle sue migliori prove, piazzandosi indubbiamente al livello di altri grandi chitarristi avant. Stefano Pifferi (Sentireascoltare)

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Ninni Morgia & William Parker “Prism” recensione su Pillaloo blog…

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CHORA / QUIVERS split LP

L’ennesimo passo targato Ultramarine è uno split vinilico come da tradizione curatissimo graficamente e avventuroso nelle forme sonore. A dividersi il 12” due realtà del sottobosco weird-psych che si stanno facendo sempre più largo in un panorama inflazionatissimo: da un lato i Chora, duo inglese (Rob Lye e Ben Morris) allargato a quartetto per l’occasione (Ben Nash e Karl Brummer) che si diletta con una psych-gamelan drogatissima nella oceanica I Met An Oaktree, As Tall As My Finger, And It Was Suffering: venti minuti di gorgoglii free-form in modalità impro e dal taglio primitivista e haunted che faranno la gioia di chi apprezza la weird america più dilatata e freak.

Sull’altro lato, risponde una formazione a noi già nota, i Quivers del chitarrista Ninni Morgia accompagnato dal basso di Jordon Schranz e dalla batteria di Mike Pride. Un terzetto sul versante più evanescente e informale del jazz libero, guidato dalla chitarra avant del siciliano, tutta ricami e curve a gomito (sorretto magistralmente dall’interplay tra Schranz e Pride) che non disdegna la sperimentazione sonora pura (come nella Climbing limitrofa ad una sorta di elettroacustica noisy e disturbante) o l’ambient elettrostatica (Starting A Campfire), come se nel Midwest avessero preso a trafficare col free-jazz per crearne ibridi deformi.

Due modi lontani nei risultati e nelle forme, ma simili negli approcci, per evocare alterati stati della mente.

Stefano Pifferi - Sentireascoltare


Il supporto in vinile, prediletto dall’Ultramarine, ben si presta alla realizzazione di split album. Ecco quindi su un lato del 12” i Quivers, uno dei progetti imbastiti a New York dal chitarrista Ninni Morgia, qui impegnato con Jordon Schranz al contrabbasso e Mike Pride alle pelli in quattro tracce elettroacustiche (ospite il synth di Silvia Kastel) che declinano in plumbei climi ritualistici un’improvvisazione free form colta e volitiva, alla AMM. Sull’altra facciata, anche il quartetto britannico Chora si cimenta in una suite ritual-primitivistica, sfrangiata e “freak folk” (ci sono fiati, violino e vari strumenti etnici) alla maniera delle pagine piu’ astratte della No Neck Blues Band. I due gruppi dimostrano comunque una loro distinta personalita’, che incoraggia indagini piu’ approfondite.

Vittore BaroniRumoreSettembre 2010


I primi due aggettivi che mi sono venuti in mente mentre ascoltavo questo split sono stati “sciamanico” e “disturbante”, ma procediamo con ordine. A un anno dalla sua nascita la sempre più benemerita Ultramarine prosegue nella sua attività di diffusione di materiali legati alla musica improvvisata, puntando qui su un paio di formazioni misconosciute.

I Chora sono un ensemble inglese guidato da Rob Lye e Bob Morris, con all’attivo un po’ di uscite su etichette come Blackest Rainbow Lattajjaa e Singing Knives, mentre Quivers costituiscono un altro dei Progetti dell’instancabile Ninni Morgia, qui in combutta con Jordan Schranz e Mike Pride, batterista quest’ultimo sul cui curriculum scorrono collaborazioni con nomi importanti comeAntony Braxton, John Zorn e Keiji Haino tra gli altri.
Pur confrontandosi sul terreno comune dell’improvvisazione, in realtà le due formazioni danno vita a musiche abbastanza diverse tra loro. Negli oltre diciannove minuti di “I Met An Oaktree As Tall A My Finger, And It Was Suffering…” i Chora sono fautori di un suono corposo e tribaloide (sì, sciamanico), che rimanda all’estro di formazioni come
No-Neck Blues Band e Volcano The Bear. I fiati, il violino e le percussioni creano un mantra disturbante, una sorta di Gamelan urbano suonato in una in una pozza di asfalto rovente.

Ancor più alienanti le nenie dei Quivers, alle prese con una musica molto più slabbrata e scarnificata.  In questo caso manca del tutto quella circolarità che nei Chora era data dalla componente ritualistica delle percussioni, insomma un approccio free form portato all’estreme conseguenze, con un particolare attenzione alle timbriche dei singoli strumenti. Allora ogni piccolo evento sonoro è calibrato (e coeso agli altri) in modo da (dis)armonizzarsi a un fluire magmatico che si riallaccia alle metastasi noise di Keiji Haino e alle improvvisazioni dell’Amm.

(01/07/2010)

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TEMPERATURES

Rumori caldi, rumori freddi

Thurston Moore li ama dagli inizi. Oggi finalmente escono per l’italo americana Ultramarine con un long playing. Il noise incenerito dei Temperatures

Capita che Mr. Thurston Moore si materializzi nel web consacrando qualche oscuro act agli esordi. E’ successo ai Mouthus, agliUpsilon Acrux ed ora è il turno dei Temperatures, scovati spulciando tra i dischi del fido negozio di Prurient a Brooklin e prontamente segnalati in una pubblicazione di Pitchfork. Era la fine del 2007 e il duo basso/batteria costituito dai due pischelli Peter Blundell e James Dunn aveva appena pubblicato, su Heat Retention, un primo ellepì intitolato Ymir. Un lavoro  rumoroso nello stile della Load rimasticato però in una variante detritica, lasciando di quel suono soltanto le rovine. In pratica, se da una parte rifiutava la matematica dei Lightning Bolt, nondimeno quel sound toglieva quel poco di wave rimasto ai Sightings senza farsi mancare infide cacofonie ottenute attraverso un synth semi-modulare.

Se Colin Langenus, batterista del duo Usa Is A Monster ha dribblato con l’organo a pedali il problema di aggiungere spessore all’output sonico di una formazione ridotta ai minimi termini (che dai Ruins agli Hella, oltre ai già citati LB, si risolve spingendo al limite muscoli e cervello), i Temperatures ne escono con l’ausilio della (vecchia) tecnologia: un synth analogico ARP 2600 collegato tramite microfoni a contatto ai tamburi di Blundell che amplifica e deturpa (in lunghi scrosci e gracchi) i colpi del batterista.

È col medesimo setup che a tre anni di distanza, licenziato lo scorso febbraio dall’italo-americana Ultramarine, esce il sophomoreEksra, un passo decisivo verso una cifra stilistica significativa. Il drumming si è fatto più vicino al free di Sunny Murray o Chris Corsano, lasciando sovente a Blundell e al suo basso il compito di reggere la struttura ritmica a colpi di motorik, mentre blatera frasi incomprensibili alla maniera lightinboltiana. Ne vengono fuori delle sorta di jam sbronze, in cui si alternano fasi slabbrate e fuori controllo ad intenzioni più propriamente rock, in cui i due spingono all’unisono verso una catarsi mai data. Mantenendo nei loro pezzi quelle sensazioni come di un ebbro torpore che impedisce ogni spinta risolutiva.

E’ un sound sempre in bilico tra costruzioni instabili e rovine inevitabili, che li tiene lontani da facili tentazioni parossistiche di band come Skullflower e Dead C declinandoli verso i toni remissivi - e quasi malinconici - della madre patria albionica. E già così Temperatures.

Leonardo Amico

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TEMPERATURES

Eksra
(Ultramarine) 2009


One of London´s most spasmodically captivating outfits“. Con queste parole Byron Coley e Thurston Moore descrivevano i Temperatures su Arthur Magazine nel 2007 se non erro. Ed è nel 2007 che questo misterioso duo londinese formato da Peter Blundell (basso e voce) e James Dunn (synth e batteria) dava alle stampe “Ymir”, album a tiratura limitatissima che lasciva intravedere le potenzialità della band, interprete di in un noise improvvisato e minimale. In quel disco le reiterazioni ossessive dei pattern percussivi e il suono del synth, ronzante e sottilmente psichedelico, creavano scenari di soffocante alienzazione urbana.

Somiglianze? Difficile trovarne. La cifra del suono dei Temperatures è abbastanza personale, tuttavia se proprio volete dei nomi, beh prendete come riferimento il noise progressivo dei Ruins, le decostruzioni ritmiche dei Dead C e le squadrature matematiche dei Lightning Bolt, ma in una versione molto più scheletrica e minimale.A due anni di distanza i Temperatures tornano con un nuovo disco sotto l’egida della nostrana Ultramarine, che ha già dimostrato di avere occhio lungo, vedi i casi di Amolvacy e The Right Moves. Allora “Eksra” ripete il canovaccio del disco precedente, pigiando l’acceleratore sulle ritmiche - ancor più serrate e “fratturate” - e su una dinamica di interplay che mette in risalto i contrasti tra i pieni e i vuoti di suono.

Le urla soffocate di Blundell e il synth deturpato di Dunn danno corposità all’incedere claudicante e sventrato di questa musica, che riesce a darsi un briciolo di intelligibilità proprio grazie ai suoni sintetici in sottofondo, che costruiscono traiettorie noise quantomeno ricorsive. Nelle pause tra un assalto sonoro e l’altro poi, è proprio la batteria a riempire i vuoti, dando l’impressione di fungere da collante tra quelle che potremmo definire come vere sessioni improvvisative.

Una curiosità, pare che il batterista James Dunn abbia collegato un synth ARP 2600 modulare ad un microfono a contatto e alla batteria. Suonando quest’ultima riesce, quindi, contemporaneamente a far suonare il synth.

(27/12/2009)

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NINNI MORGIA CONTROL UNIT

Associazione Farm, Bologna (10 Aprile 22h00)

Ninni Morgia in Italia con la sua Control Unit. Live la creatura mutaforma del chitarrista catanese trapiantato a NYC.
È già nel moaning ossessivo di Silvia Kastel, titolare dell’etichetta Ultramarine nonché occasionale presenza ai synth per la Ninni Morgia Control Unit, che si possono individuare le direzioni stilistiche dell’ennesima incarnazione del chitarrista catanese. Una voce che sembra richiamare i disagi di Lydia Lunch epoca Teenage Jesus, ma dalla quale sono sciolti tutti i riferimenti ad una quotidianità inquietante. E raggiunto un punto di vista quasi straniante da cui spiegare come vanno le cose, persino il disagio diviene un’astrazione. Dopotutto si tratta di musica strumentale. Il resto lo chiamano free-jazz. Ma già nell’album di esordio, nell’improvvisazione di Ninni Morgia trapelano spunti che si rivelano distanti dalle spinte escapiste dei nomi tutelari che pure lo ispirano: Sun Ra e le sue derive cosmologiche, i richiami all’oriente di Alice e John Coltrane o i riferimenti alla madre Africa di Archie Shepp. E neppure nella New York che l’ha accolto, trova facili corrispondenze il suo predicare. Non nelle furberie citazioniste dei Talibam, nè nelle grammatiche sghembe di Peeesseye, compagni di dischi e collaborazioni, ma che prediligono un approccio ludico alla loro musica. Nella musica di Ninni, invece, al di là della psichedelia di cui pure l’album è ricco, ci sono dei momenti in cui la visione è lucida, trapelante una fredda tragicità.
Di questi momenti, che nel disco occupano solo una parte del corposo doppio LP, si costituisce la norma del live. Queste sono le premesse da cui si sviluppa il concerto della Control Unit, in una formazione di cui Morgia rimane la sola costante. Ad accompagnarlo oltre ai synth si aggiunge il sax di Edoardo Marraffa, fautore di un approccio quasi rabbioso, decisamente distante dai fraseggi di Daniel Carter con cui il disco è stato inciso. Urla disperato il suo fiato, mentre accompagna i lunghi sospiri della voce per poi frammentarsi su staccati ipnotici. Uno strumento abusato, forzato a suoni non previsti dalla sua natura: fischi, ruggiti, risonanze anomale, in un modo di suonare di cui andrebbe fiero anche il Pharoah Sanders dei tempi di Ascension. Dal lato dei synth emergono invece scarni pattern ritmici, e rumorose modulazioni caratterizzano il suono della band in apporti essenziali quanto decisivi. Infine Ninni Morgia. Se ne sta in disparte il chitarrista, ai margini della musica nonostante la posizione centrale nel fondo della sala. Perché il suo è un lavoro artigiano, che del suono rifinisce i bordi e ne definisce le strutture. Un defilato centro nevralgico, intorno a cui ruotano le espressioni degli altri strumenti. Ed è sempre lui che da forma organica alla musica col suo pulsare di crescendi e rarefazioni. Lavora esperto sulle corde e sui pedali, tre le pieghe della dinamica come ad aggiungere memoria alle urgenze del sax e del synth. Unità di controllo di un entità inafferrabile, che cambia di numero ed elementi pur rimanendo coerente con la sua identità.
Leonardo Amico

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Indie-Eye , by Michele Faggi

Abbiamo lanciato proprio Ieri il primo numero del nuovo video formato di indie-eye network intitolato Immaginary Soundtracks con la musica di Thomas Brownlees, ancora in home page da questa parte e proseguiamo con un ospite d’eccezione; Ninni Morgia catturato dal vivo durante il suo passaggio presso Exfila a Firenze, insieme a Silvia Kastel, titolare dell’etichetta Ultramarine e ingegnere del suono su molte delle produzioni della label Italo-Americana, per la quale, tra gli altri, è recentemente uscito (fine 2009) l’ultimo doppio vinile del chitarrista Catanese trapiantato a New York, Ninni Morgia Control Unit, uno dei suoi lavori più complessi e “liberi” registrato insieme a Jeff Arnal e il sassofonista Daniel Carter (Talibam!);  tra i “figli” del Miles Davis elettrico la Control Unit di Morgia è sicuramente quello più apocrifo, selvaggio, non riconciliato, gravido com’è di influenze free-form che introducono elementi di musica orientale, musique concrète, psichedelia, una ricerca inconsueta e cosi radicale sulla timbrica etnica da avvicinare alcuni episodi dell’album alla creatività visionaria dei Sun City Girls; a fare da collante a tutto questo la ferocia sottocutanea e originaria del blues; derive che allontanano in modo positivo l’ascolto dai territori circoscritti di quello che potremmo definire come free-jazz.  Proprio su questi aspetti ci siamo soffermati con Ninni e Silvia nella conversazione che abbiamo registrato nel caotico backstage di Exfila (per una parte dell’intervista non siamo riusciti ad “evitare” il rumore delle prove dei notevoli Qura, la nuova creatura di Matteo Bennici, di cui potete sentire i “guaiti” durante l’intervento di Silvia Kastel).  Per l’occasione Ninni Morgia, che muta costantemente la formazione live della sua unità di controllo, si è esibito da solo con Silvia Kastel ai synth e alla voce, in unaperformance a nostro avviso memorabile, dove il martirio della chitarra “blues” è passato attraverso uso e abuso di oggetti non conformi. Nel video, oltre all’intervista è possibile vedere una ricca serie di estratti dal concerto registrato venerdi 9 aprile 2010 presso Exfila.

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NINNI MORGIA CONTROL UNIT

Ninni Morgia Control Unit
(Ultramarine) 2009
psichedelia jazz

La stagione del free-jazz esoterico e rituale, che guardava quasi più all’Asia che all’Africa, quello dell’ultimo John Coltrane e dell’allievo Pharoah Sanders, del Sun Ra più spirituale e di irregolari come Sonny Sharrock, Alice Coltrane, Burton Greene e tanti altri pareva chiusa da tempo. Dimenticata per decenni, questa particolarissima scuola di improvvisatori che dribblava ogni facile ammiccamento etno-world, che fosse arida filologia o forzosa riconduzione all’interno di solide grammatiche pop, aveva vissuto qualche nuovo sussulto negli anni 00 della New Weird America e del ripescaggio coatto di tutto ciò che potesse dirsi stramba materia folk.

Il sassofonista Daniel Carter fu uno dei tanti protagonisti dimenticati e sfortunati (per occasioni mancate e reticenza dei produttori) dell’ultima stagione del free-jazz e come altri (vedi Arthur Doyle, recuperato una prima volta in epoca no-wave, o Charles Gayle che vide uno studio di registrazione solo a fine decennio 80) negli anni bollenti della new thing registrò pochissimo, giusto un paio di comparsate in album di Gunther Hampel e Bob Moses, e siamo già nei 70. Come i vecchi bluesman, Carter è come non fosse mai stato giovane, e meno male che nei 90 l’hanno voluto con loro William Parker e Matthew Shipp. Così il suo nome ha ricominciato a circolare e negli anni 00, oltre a rientrare a pieno titolo nel giro dell’improvvisata che conta, ha flirtato con l’indie-rock e il weird-folk, impreziosendo dischi di Yo La Tengo e Soul-Junk e contribuendo a un intero album di Wooden Wand & the Vanishing Voice (”Gipsy Freedom”).

Oggi, grazie all’interessamento del “nostro” Ninni Morgia (The Right Moves, ex White Tornado eLa Otracina), Carter ha finalmente potuto realizzare un disco che, pur giustamente co-intestato a tutti e a Morgia in particolare, segna lo stato dell’arte del free-jazz rituale facendone un genere definitivamente moderno, senza rinunciare alle sue caratteristiche di base.

La Ninni Morgia Control Unit affianca alla chitarra (ma anche basso, sitar e kalimba) del leader catanese e ai fiati di Carter (tutti: sax, tromba, clarinetto flauto e anche la voce) le percussioni di Jeff Arnal e centra il bersaglio di una musica evocativa, lievemente fumosa come vuole il genere, ma perfettamente lucida e soprattutto “leggera” come aria fresca profumata d’incensi. Abbondano i saliscendi dinamici ed emotivi, eppure e il disco si mantiene privo di baricentro, ogni momento potrebbe essere inizio o fine di un discorso più ampio, e la sua forza sta in una leggiadria che è tutto fuorché priva di consistenza. Un volatile turbinio di sottili tele elettriche, esorcismi arabescati a firma Morgia, sottende l’oleoso fluire dei suoni, con Armal sempre presente in punta di penna e Carter che libra melodie avvolgenti in una libertà ultraterrena, talmente a suo agio nello spazio da farla sembrare la cosa più facile del mondo.

I tre suonano, insomma, con consumata disinvoltura. E il disco non ha spigoli né tratti ostici, pur essendo la materia ribollente e senza appigli, psichedelia dell’anima e senza intermediari. E dunque a poco varrà sottolineare le mirabili gommosità elettriche di “Foreign Visitors”, le spericolate traiettorie sotterranee col wah-wah di “Arriving At A Statement”, le sospensioni emotive tradotte in spirali speziate di “Nothingness” o il lento e oscuro gorgogliare di “Crystal Clear”, fino alle soavi ascensioni spaziali di “Misty Space”, forse davvero il finale migliore per un disco che solo per via dell’imperfezione tecnologica non va avanti all’infinito.

(25/01/2010)

L’ennesimo progetto di Ninni Morgia si staglia nell’olimpo dei classici del jazz più libero, psichedelico e spirituale. Senza timori reverenziali ovviamente.

Quello di Ninni Morgia from Catania è un girovagare artistico oltre che fisico. Lo spostamento verso NYC, mecca indiscussa di certo rock rumoroso, alla distanza è equivalso alla necessità quasi fisiologica di allargare i confini di un suono al quale era legato e col quale era cresciuto. Questa (in)consapevole e costante crescita ha fatto vedere i suoi frutti sia nella padronanza dello strumento – sempre più matura e personale –, sia nell’allargamento dei riferimenti – ormai un vero e proprio universo fluttuante in cui convivono noisers e jazzisti, bluesman e folksters – e soprattutto nella considerazione di pubblico e critica, colti e non.

Tutta questa premessa per introdurre quella che è, ad oggi, la migliore prova del nostro. Giocato proprio su un terreno a lui non nuovo, quello della copula tra free jazz spirituale e psichedelia diluita e mistica, NMCU vibra di nuovi stimoli grazie anche a compagni di ventura non di poco conto. Ad accompagnare la chitarra di Morgia sono il batterista/percussionista Jeff Arnal e soprattutto Daniel Carter, sassofonista e multistrumentista già avvistato in una collaborazione coi Talibam! e tra i più attivi della scena free newyorchese. Non di poco conto il fatto che elementi del genere – si nota anche Scott Colburn in cabina di regia – si “prestino” ad un progetto focalizzato intorno alla figura di Morgia, vero?

Tutto meritato. L’ennesima creatura di Morgia è un concentrato di alta scuola jazz-psych, in cui suite raga senza tempo e visioni davisiane, mantra inaciditi e mistici deragliamenti free convivono agilmente e in splendido equilibrio. NMCU è uno splendido doppio vinile in cui non c’è realmente una nota fuori posto. La dimostrazione dello spessore di un Artista.

(7.5/10)

Stefano Pifferi

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Ninni Morgia Control Unit

(Ultramarine Records 2009)

Il chitarrista Ninni Morgia proveniente dai Right Moves raduna per questo album il multistrumentista Daniel Carter, animatore dalla scena free-jazz newyorkese e prestatore della sua arte a gente del calibro di Sun Ra, Sunny Murray e Talibam e il batterista Jeff Arnal. Nei quattro lati del doppio vinile, masterizzato da Scott Coburn, anch’esso prestatore del suo talento dietro la cabina di regia a tipi quali Sun City Girls e Animal Collective, il nostro modula sapientemente un costante ed ininterrotto flusso sonico ottimamente calibrato, e sviluppando brani che fondono psichedelia e free jazz, cosmiche visioni soniche con fluide divagazioni sotto acido, accompagna l’ascoltatore verso nuovi lidi di consapevolezza e di piacere sonico.

Aggiunto: January 6th 2010
Recensore: Marco Paolucci
Voto:

www.kathodik.it

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A LA LU LA

Amolvacy LP

Il trio che muove le fila del progetto Amolvacy è di quelli di origine controllata. Tutta gente con un certo pedigree nel settore, a partire da Aaron Moore dei Volcano The Bear, che per l’occasione si accompagna a Dave Nuss della No Neck Blues Band e Sheila Donovan dei Laboratory Theater Company. Questo licenziato per l’italianissima etichetta Ultramarine è il secondo parto della compagine. Il centro del discorso è una partitura strumentale che poggia le sue fondamenta su una base percussiva ispida e creativa, arrivando anche a mimare battiti e tremolii, con strumenti e voci.

Siamo in un territorio che per forza di cose arriva a tratti a collidere con il Beefhart più obliquo e anfetaminico (Beat Of The Drum) o il Moondog più naive e visionario (On Top Of Unknownille), tutto ovviamente calato in una tenebra esotica alla Volcano The Bear su cui la mano di Moore si muove sicura come un alchimista che sa quali sostanza miscelare nei suoi alambicchi. L’altro protagonista dell’operazione sta poi nelle parti vocali di Sheila Donovan, sorta di incrocio tra Yoshimi e Lydia Luch, che riesce al tempo stesso a farsi cartoon isterico (Ho-Ho-Kus) e suffragetta no wave con assorbente chiodato (Lula, Vehicular Bitterness).

Non meno interessante poi tutto l’assunto base del disco, che prendendo le mosse dalle parole riportate sul retro ad opera di Jose da Fonseca e Pedro Carolino, autori portoghesi che nel 1855 scrissero un libro di prose in inglese intitolato “English As She Is Spoke”, pur non conoscendo una parola di inglese. Da qui e da una riflessione sul ruolo del suono e della musica nella comunicazione nello scambio primordiale tra linguaggi diversi e inintelligibili il titolo ironico-dadaista di A La Lu La.

(7.3/10)

Antonello Comunale
www.sentireascoltare.com

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L’improvvisazione come fonte di emozioni più che come oggetto d’ascolto concettuale, questa sembra essere il portato quasi ideologico della musica degli Amolvacy, qui al secondo disco sulla nostrana Ultramarine Records, dopo un discreto esordio, “Ho-Ho-Kus” licenziato dalla Sound At One di New York un paio di anni fa.

Così la formazione di Aaron Moore (Volcano The Bear), Dave Nuss (No-Neck Blues Band) e Sheila Donavan (del Laboratory Theater Company) riesce a tenersi all’interno di un formato canzone eterodosso, attraversato, sventrato oserei dire, da eventi sonori improvvisativi.Con un interplay preciso, squadrato, tra gli strumenti gli Amolvacy sono capaci di costruire delleminisuite tracimanti di sensazioni scarnificanti, in cui le percussioni, sono l’asse portante del suono, attorno a cui si avviluppano e si sviluppano improvvisazioni colleriche di viola, violino e violoncello.
In tal senso, bellissima la recita da autoanalisi esistenziale di “Vehicular Bitterness” in cui la Donovan ricorda parecchio la Carla Bozulich di “Hello, Voyager“. E ancora la Donovan protagonista in “Alyptyg Nymakx”, con il suo salmodiare cupamente espressionista ad accompagnare un paludoso intreccio d’archi, mentre l’andamento sghembo di “Om Cakes” sembra riattualizzare i fantasmi free form del collettivo americano Trans Museq, seppur in una sua versione meno estrema, tuttavia maggiormente “emotiva”.

Il resto dei pezzi conserva una tensione emotiva elevata, mantenendo il disco nel suo complesso su standard qualitativi piuttosto alti,

Last but not least, molto bella l’edizione in vinile trasparente, mentre il retro del disco presenta testi di Jose da Fonseca e Pedro Carolino, due portoghesi che nel 1855 crearono un breviario in lingua inglese dal titolo “English As She Is Spoke,

Allora con l’uscita di questo “A LA LU LA” e dopo gli ottimi dischi di The Right Moves, e Chris Forsyth & Shawm Edward Hansen, la Ultramarine si candida a diventare l’etichetta italiana più interessante di questo 2009.

(04/11/2009)

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DIRTY POOL

Chris Forsyth / Shawn Edward Hansen

Forsyth e Hansen sono due figure abbastanza defilate della scena avant rock di questi anni, eppure con la sigla Phantom Limb & Bison, che li vede protagonisti entrambi e ancora di più con i Peeesseye (che è la band madre dietro cui si muove il primo), hanno attirato le orecchie giuste dei palati più difficili e raffinati.

Dirty Pool, titolo che sigla una jam psichedelica in tre movimenti tra le più riuscite di questi anni, non è però pubblicato sull’etichetta di Forsyth (l’ormai mitica Evolving Ear), quanto piuttosto sull’italiana e promettente Ultramarine, che si va ad aggiungere idealmente all’altra italiana Qbico nella difficile tradizione del vinile di culto. Il disco parte sonnacchioso e criptico, nell’intimità di un dialogo intimo tra chitarra e organo che occupa tutto il primo lato, in un modus che fa pensare sia a Tom e Christina Carter che al Loren Connors più lunare. Il secondo lato si anima sulle spartane orme di un blues stiracchiato, che si aggroviglia lento e mantrico su un arpeggio appena elettrico in crescendo epico che come giustamente fa notare qualcuno strizza l’occhiolino ai Television, seppure in un modo del tutto desueto.

In chiusura, una frase emozionata di chitarra in partitura stellare a due con il farfisa di Hansen nella scrittura di una stupefatta nuova Dark Star degli anni 2000. Disco raffinato eppure sempre e comunque comunicativo e immediato, lontano dalle nebbie più criptiche, presuntuose e snob di tanta avant-“merda” di questi anni.

(7.3/10)

Antonello Comunale
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Fluidi ( e sporchi)

Entrambi membri dei Phantom Limb & Bison, Chris Forsyth (chitarra) e Shawn Edward Hansen (Farfisa) confermano il valore della scena avant newyorchese legata ai Peesseye, di cui Forsyth è punto di riferimento decisivo.

Proposto dall’italianissima Ultramarine Records, il duo scorre, come regola impone, in una certa tradizione, per poi sviscerarla attraverso una delicatezza surreale (la visionarietà di di Hansen), percorsa da schizzi - mai eccessivamente cerebrali - grezzi nelle dinamiche (quasi) blues (l’acidità di Forsyth, a tratti non distante dal Grubbs della prima metà degli anni ‘90). Il tutto in tre episodi che prendono spunto da Big Star (l’iniziale I First Saw You) e Television (Moon, I Ain’t Waiting), sfidando l’astrattismo con accenni folk-blues su dilatazioni post. Per cultori dall’ottimo gusto.

di Marco Delsoldato ~ 24/10/2009
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Dopo la collaborazione di Shawn Edward Hansen con Jaime Fennelly nell’ambito del progetto Phantom Limb, tocca all’altro leader ideale dei Peeesseye, Chris Forsyth, incrociare la chitarra con il Farfisa di Shawn. Ed è la consacrazione di un altro ottimo lavoro, solo su lp per la Ultramarine, a breve distanza dal nuovo Right Moves della coppia Ninni Morgia/Kevin Shea. È anche la curiosa dimostrazione del periodo di forma dei due Peeesseye, al di fuori della produzione del “progetto madre”. New York è ancora fucina di talenti capaci di dar vita a composizioni dalle vibrazioni sperimentali e catartiche, sostenute dagli ammalianti arpeggi della chitarra di Forsyth e della visione tutta di ricerca e improvvisativa che si dipana una volta che questi vengono incrociati con i sapienti tocchi dell’organo governato da Shawn. Il cd, masterizzato da Scott Colburn (Sun City Girls) nella primavera 2009, parte lieve e silenzioso con la psichedelia fluttuante della lunga “I First Saw You”. Movimenti furtivi di ombre che si addensano in materia dal corpo post-rock e dall’anima più classicamente rock di quanto si possa pensare, quasi come dei Gastr Del Sol impegnati nella loro versione di americana. Sparuti accordi su Farfisa fanno da apripista per le più corpose e interconnesse “Moon, I Ain’t Waiting” e “Broke Down And Busted”, circolari e cadenzati mantra capaci di obnubilare i sensi e avvolgere chi ascolta nel turbine malsano ma piacevolissimo che conduce sul fondo della piscina maledetta gestita da Chris & Shawn. Voto: 4/5

A cura di: Giampaolo Cristofaro, AUDIODROME

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Un titolo particolarmente azzeccato, “Dirty Pool” – piscina sporca, battezza questa session in tre parti registrata nel 2005 dal chitarrista Chris Forsyth con l’organista Shawn Edward Hansen, entrambi membri dei Phantom Limb & Bison, con Forsyth che guida da anni quell’entità indefinibile dell’universo avant-rock americano chiamata Peeesseye. A pubblicare nel 2009 questa preziosa gemma d’archivio ci ha pensato l’attenta e già interessante etichetta italiana Ultramarine, che mostra l’ennesimo lato inedito della produzione musicale che fa capo al giro dell’etichetta newyorkese Evolving Ear, sempre defilata dalle scene underground che contano e fanno più rumore, e proprio per questo capace di smarcarsi dalla norma con leggera e brillante indifferenza, suonando sempre diversa quel tanto che basta per lasciare segni destinati a durare nel tempo.

“Dirty Pool” risuona davvero come un vischioso brodo di psichedelia primordiale, con il Farfisa di Hansen a fare da collante onnipresente che pervade tutto quanto, con toni talora chiesastici, e altre volte più borbottanti e sottopelle quando non pregni di suggestioni futuribili sempre graziate da un tocco naif ed emotivo. Su questa patina bluastra e ondeggiante si inseriscono le punteggiature di chitarra di Forsyth, che spesso si dilata in astrazioni blues alla Mazzacane Connors e altrove preferisce inacidirsi in contorsioni liquide che mandano a memoria la lezione del Peter Green di “The End Of The Game”. Forsyth non si fa prendere da manierismi avant e Hansen sembra totalmente estraneo alla seriosità di simili contesti, per cui il disco suona di una sincerità toccante, ed è facile anche fidarsi delle dediche esplicite al mondo del rock, come suggeriscono i titoli delle tracce. “I First Saw You” è ispirata alla “Kangaroo” dei Big Star, di cui riprende l’incipit nel titolo, mentre la seguente “Moon, I Ain’t Waiting”, dall’andatura elettrica e circolare, con Forsyth che arpeggia la cosa più semplice e perfetta che gli passa per la testa, si richiama nella stessa maniera sfuggente eppure esplicita alla “Marquee Moon” dei Television. Nel finale il brano prima si increspa e poi ogni tensione si stempera lentamente in un livido rilascio di bave d’organo acutissime cullate da un dolce carillon chitarristico, finchè tutto non ricomincia identico a vagheggiare timide pillole di eternità. “Broke Down And Busted” (stavolta il rimando è a Todd Rundgren) è una sorta di blues-rock siderale senza smanie escapiste né ansie muscolari, che nel suo lento levarsi ispirato e ineluttabile diventa un’ode celestiale che rivela finalmente la natura dell’album, come una piccola, discreta e del tutto materialistica, esperienza mistica.

(27/09/2009)

di Federico Savini
(Ondarock)

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THE RIGHT MOVES

The End Of The Empire
(Ultramarine) 2009
psych-impro-rock

Partiti da una formula impro-rock riuscita ma non abbastanza originale da lasciare il segno in tempi di generica indolenza nei confronti di tutto ciò che può dirsi anche solo lontanamente codificato, i The Right Moves perdono il valido trombettista Peter Evans e, riducendosi a trio, trovano una strada che è loro e soltanto loro, quella di una musica fatta di stridori ed escoriazioni impro che si elevano a magniloquenti sinfonie di accecante e irrequieta psichedelia ambientale dallo spazio profondo. E’ bastato prendere tre ottimi ed esplosivi musicisti, già affiatati tra loro, e costringerli a trovare un baricentro comune, senza forzare sconvolgimenti, ma anche imponendo un equilibrio ferreo.

Il chitarrista Ninni Morgia (ex-La Otracina e White Tornado, ambasciatore italiano nella New Yorkunderground), il batterista Kevin Shea (Talibam!, People, ex Storm & Stress e mille altre cose) e il bassista Stuart Popejoy (impegnato nell’entità prog-metal Bassoon) hanno trovato una formula di psych-rock sfumato e futuribile che ne fa una sorta di Fushitsusha più inclini alle dissoluzioni di Sonny Sharrock e del Miles Davis di “Bitches Brew”, che non alla frastornazione rock di Velvet Underground e Blue Cheer.
Il leader dell’operazione è Morgia, che qui giunge al culmine della sua poetica, omaggiando maestri iconoclasti come i già citati Haino e Sharrock senza cedere in comunicativa, merito forse anche dell’esperienza nei La Otracina, il cui suono space-oriented riecheggia nelle lunghe dilatazioni, quasi floydiane, dell’iniziale “Meet You At The Black Sands”, ma la vera specialità è quella di riempire l’intero spettro sonoro di calde e finissime piogge di elettricità come in “When We Were American”. Qui emerge in tutta la sua importanza anche il lavoro di Popejoy, che lungi dal suonare qualcosa che somigli a sequenze di note, garantisce corpo e spessore alla musica ed è capace di rendere il suo basso tanto pachidermico (nelle figurazioni metal che sottendono il brano) quanto evanescente.

Ma quello che più colpisce è forse il rigore col quale Kevin Shea trattiene la sua foga. Intendiamoci, l’incontenibile batterista colpisce in ogni dove, come sempre, ma misura l’impeto e non cerca derive escapiste e destrutturanti, mettendosi anzi al servizio delle narrazioni post-apocalittiche affidate alla sei corde di Morgia. Shea lavora molto coi piatti, e il suo furente arrovellarsi sui componenti della batteria, inciampando e rialzandosi di continuo, è perfettamente funzionale all’incedere epico e terremotato di questo rock psichedelico urbano, tutto fremiti e vortici, con solo qualche sparuta oasi di calma piattissima. La miscela del trio è addirittura superlativa su “Yes, They Can”, con Morgia rumorista e allo zenith dell’effettistica, e gli altri a ruota, intrappolati in una gabbia di continue frenate e ripartenze.

Lontanissimi da ogni banale deriva drone-rock a cui si è assoggettata fin troppa parte di una scena neo-psichedelica ormai costretta a vie di fuga che paiono autentiche ritirate, i The Right Moves dimostrano che la maturità musicale conquistata sul campo è la migliore delle ricette per la longevità artistica e anche per le creazioni più fresche.

(18/05/2009)

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Abbandonata la nave La Otracina prima del naufragio sulle spiagge dell’hard-rock, Ninni Morgia torna all’altro dei suoi grandi amori. Se il primo era ovviamente il noise-rock dei primordi col quale si è fatto un nome nell’underground mondiale, l’altro è sicuramente la sperimentazione free-form che pervade ogni anfratto di The End Of The Empire, comeback dopo l’omonimo di 3 anni fa.

Persa per strada la tromba di Peter Evans, Right Moves è ormai questione a tre con il drummer extraordinaire Kevin Shea e il bassista Stuart Popejoy pronti a supportare la liquida chitarra di Morgia; ma non è che la retrocessione al rango di power trio incida più di tanto sulle musiche, anzi. Il progetto sembra ora addirittura più focalizzato sulla dispersione delle forme e delle matrici canonicamente rock in un deliquio psycho e free inacidito e inquieto; baricentro emotivo è ovviamente la chitarra – anche per le scelte in fase di produzione – ma il basso di Popejoy scivola soffice e jazzy “sotto” tutte le composizioni mentre l’usuale drumming ipercinetico di Shea fornisce un tappeto stimolante e mai invadente sul quale la chitarra è realmente libera di costruire passaggi a tutto tondo: sotto forme da jazz ambientale e/o da psych-rock visionario e subliminalmente geometrico, umorale e introspettivo.

La deriva è verso le spiagge della liquidità ariosa d’area psych che fa tornare in mente indistintamente Pink Floyd, Fushitsusha, San Agustin, Fahey, Sharrock e compagnia sognante. Cosa niente affatto male di questi tempi.

(7.0/10)

Stefano Pifferi
(SENTIREASCOLTARE)

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The Right Moves
The End Of The Empire

di Marco Delsoldato ~ 13/05/2009

Libertà ed oltre

Maggio in compagnia di Kevin Shea. A pochi giorni dall’uscita griffata Hey!Tonal, l’ex Storm And Stress sbuca anche nella seconda fatica del marchio The Right Moves. Con lui la pregevole presenza di Ninni Morgia (White Tornado, La Otracina) insieme a Stuart Popejoy. Manca, rispetto all’esordio, la tromba di Peter Evans. Eppure, vista la sostanza della proposta, nemmeno ci stiamo a pensare troppo.

Diramazioni ambient-jazz con piglio visionario, in cui l’atteggiamento free sembra essere la prima delle coordinate. Forme deraglianti, sincopate, dove estro e fantasia lasciano un respiro emozionale anche negli istanti di maggiore complessità. Con geometria narcolettica, acida eppure personale, senza celare una curiosa ritrosia verso il deragliamento assoluto. La ruggine c’è, ma è sussurrata e quando sporca lo fa alla moviola, perchè l’introspezione della proposta deve entrare in circolo con doverosa lentezza. Allora il paragone con gli US Maple è nella dilatazione delle idee e non sembrerà folle immaginare i tre in qualche locale del Kentucky con quel David Grubbs di fine anni ‘80. E solo da questo sarà facile comprendere qualità e gusto di un album destinato ad un vero culto. www.kronic.it

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Frammenti di sensibilità musicali che davano vita a band di stampo sostanzialmente diverso, concorrono a dipingere l’interessante affresco sonoro dei Right Moves. Alla batteria Kevin Shea, un uomo che prima o poi la suonerà anche con l’orchestra di Sanremo, al basso Stuart Popejoy e alla chitarra e alle tastierine Casio il nostro Ninni Morgia, ex anima chitarristica dei La Otracina. Abrasiva e illuminata da funesti lampi post-rock “Meet You At The Black Sands, “When We Were American” ha bassi e estrutture chitarristiche più corpose e magmatiche, e poi “Cleaning Up The Desk” - tra sinistri rumori simili a pale di elicotteri in movimento - funge da parziale detonatore della tensione accumulata. Con una scudisciata noise, “Yes, They Can” rompe il clima sospeso creato dal trittico iniziale, recando con sé macerie improv e catarsi elettriche, successivamente in “Living Undergorund” abbiamo noise che muta in doom cancerogeno. “Fast Mood” e “Social Power Jumboree” si ergono su tutto svicolando da fogne mefitiche e aprendosi in in un mood oscuro e sinistro, molto simile a quanto mostrato dagli Zu nel loro ultimo cd. Una gradita sorpresa, quindi, il progetto The Right Moves, confezionata da due esperti e abili musicisti. E anche se sostanzialmente prende vita e spunti da territori ampiamente esplorati, non manca in coinvolgimento e grana sonora di quelle di classe. Mezza stella in più e attesa per la prossima mossa. Voto: 3/5

A cura di: Giampaolo Cristofaro, AUDIODROME