ITALIAN press
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I primi due aggettivi che mi sono venuti in mente mentre ascoltavo questo split sono stati “sciamanico” e “disturbante”, ma procediamo con ordine. A un anno dalla sua nascita la sempre più benemerita Ultramarine prosegue nella sua attività di diffusione di materiali legati alla musica improvvisata, puntando qui su un paio di formazioni misconosciute.
I Chora sono un ensemble inglese guidato da Rob Lye e Bob Morris, con all’attivo un po’ di uscite su etichette come Blackest Rainbow Lattajjaa e Singing Knives, mentre Quivers costituiscono un altro dei Progetti dell’instancabile Ninni Morgia, qui in combutta con Jordan Schranz e Mike Pride, batterista quest’ultimo sul cui curriculum scorrono collaborazioni con nomi importanti comeAntony Braxton, John Zorn e Keiji Haino tra gli altri.
Pur confrontandosi sul terreno comune dell’improvvisazione, in realtà le due formazioni danno vita a musiche abbastanza diverse tra loro. Negli oltre diciannove minuti di “I Met An Oaktree As Tall A My Finger, And It Was Suffering…” i Chora sono fautori di un suono corposo e tribaloide (sì, sciamanico), che rimanda all’estro di formazioni come No-Neck Blues Band e Volcano The Bear. I fiati, il violino e le percussioni creano un mantra disturbante, una sorta di Gamelan urbano suonato in una in una pozza di asfalto rovente.
Ancor più alienanti le nenie dei Quivers, alle prese con una musica molto più slabbrata e scarnificata. In questo caso manca del tutto quella circolarità che nei Chora era data dalla componente ritualistica delle percussioni, insomma un approccio free form portato all’estreme conseguenze, con un particolare attenzione alle timbriche dei singoli strumenti. Allora ogni piccolo evento sonoro è calibrato (e coeso agli altri) in modo da (dis)armonizzarsi a un fluire magmatico che si riallaccia alle metastasi noise di Keiji Haino e alle improvvisazioni dell’Amm.
(01/07/2010)
I Chora sono un ensemble inglese guidato da Rob Lye e Bob Morris, con all’attivo un po’ di uscite su etichette come Blackest Rainbow Lattajjaa e Singing Knives, mentre Quivers costituiscono un altro dei Progetti dell’instancabile Ninni Morgia, qui in combutta con Jordan Schranz e Mike Pride, batterista quest’ultimo sul cui curriculum scorrono collaborazioni con nomi importanti comeAntony Braxton, John Zorn e Keiji Haino tra gli altri.
Pur confrontandosi sul terreno comune dell’improvvisazione, in realtà le due formazioni danno vita a musiche abbastanza diverse tra loro. Negli oltre diciannove minuti di “I Met An Oaktree As Tall A My Finger, And It Was Suffering…” i Chora sono fautori di un suono corposo e tribaloide (sì, sciamanico), che rimanda all’estro di formazioni come No-Neck Blues Band e Volcano The Bear. I fiati, il violino e le percussioni creano un mantra disturbante, una sorta di Gamelan urbano suonato in una in una pozza di asfalto rovente.
Ancor più alienanti le nenie dei Quivers, alle prese con una musica molto più slabbrata e scarnificata. In questo caso manca del tutto quella circolarità che nei Chora era data dalla componente ritualistica delle percussioni, insomma un approccio free form portato all’estreme conseguenze, con un particolare attenzione alle timbriche dei singoli strumenti. Allora ogni piccolo evento sonoro è calibrato (e coeso agli altri) in modo da (dis)armonizzarsi a un fluire magmatico che si riallaccia alle metastasi noise di Keiji Haino e alle improvvisazioni dell’Amm.
(01/07/2010)
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TEMPERATURES
Rumori caldi, rumori freddi
Capita che Mr. Thurston Moore si materializzi nel web consacrando qualche oscuro act agli esordi. E’ successo ai Mouthus, agliUpsilon Acrux ed ora è il turno dei Temperatures, scovati spulciando tra i dischi del fido negozio di Prurient a Brooklin e prontamente segnalati in una pubblicazione di Pitchfork. Era la fine del 2007 e il duo basso/batteria costituito dai due pischelli Peter Blundell e James Dunn aveva appena pubblicato, su Heat Retention, un primo ellepì intitolato Ymir. Un lavoro rumoroso nello stile della Load rimasticato però in una variante detritica, lasciando di quel suono soltanto le rovine. In pratica, se da una parte rifiutava la matematica dei Lightning Bolt, nondimeno quel sound toglieva quel poco di wave rimasto ai Sightings senza farsi mancare infide cacofonie ottenute attraverso un synth semi-modulare.
Se Colin Langenus, batterista del duo Usa Is A Monster ha dribblato con l’organo a pedali il problema di aggiungere spessore all’output sonico di una formazione ridotta ai minimi termini (che dai Ruins agli Hella, oltre ai già citati LB, si risolve spingendo al limite muscoli e cervello), i Temperatures ne escono con l’ausilio della (vecchia) tecnologia: un synth analogico ARP 2600 collegato tramite microfoni a contatto ai tamburi di Blundell che amplifica e deturpa (in lunghi scrosci e gracchi) i colpi del batterista.
È col medesimo setup che a tre anni di distanza, licenziato lo scorso febbraio dall’italo-americana Ultramarine, esce il sophomoreEksra, un passo decisivo verso una cifra stilistica significativa. Il drumming si è fatto più vicino al free di Sunny Murray o Chris Corsano, lasciando sovente a Blundell e al suo basso il compito di reggere la struttura ritmica a colpi di motorik, mentre blatera frasi incomprensibili alla maniera lightinboltiana. Ne vengono fuori delle sorta di jam sbronze, in cui si alternano fasi slabbrate e fuori controllo ad intenzioni più propriamente rock, in cui i due spingono all’unisono verso una catarsi mai data. Mantenendo nei loro pezzi quelle sensazioni come di un ebbro torpore che impedisce ogni spinta risolutiva.
E’ un sound sempre in bilico tra costruzioni instabili e rovine inevitabili, che li tiene lontani da facili tentazioni parossistiche di band come Skullflower e Dead C declinandoli verso i toni remissivi - e quasi malinconici - della madre patria albionica. E già così Temperatures.
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Somiglianze? Difficile trovarne. La cifra del suono dei Temperatures è abbastanza personale, tuttavia se proprio volete dei nomi, beh prendete come riferimento il noise progressivo dei Ruins, le decostruzioni ritmiche dei Dead C e le squadrature matematiche dei Lightning Bolt, ma in una versione molto più scheletrica e minimale.A due anni di distanza i Temperatures tornano con un nuovo disco sotto l’egida della nostrana Ultramarine, che ha già dimostrato di avere occhio lungo, vedi i casi di Amolvacy e The Right Moves. Allora “Eksra” ripete il canovaccio del disco precedente, pigiando l’acceleratore sulle ritmiche - ancor più serrate e “fratturate” - e su una dinamica di interplay che mette in risalto i contrasti tra i pieni e i vuoti di suono.
Le urla soffocate di Blundell e il synth deturpato di Dunn danno corposità all’incedere claudicante e sventrato di questa musica, che riesce a darsi un briciolo di intelligibilità proprio grazie ai suoni sintetici in sottofondo, che costruiscono traiettorie noise quantomeno ricorsive. Nelle pause tra un assalto sonoro e l’altro poi, è proprio la batteria a riempire i vuoti, dando l’impressione di fungere da collante tra quelle che potremmo definire come vere sessioni improvvisative.
Una curiosità, pare che il batterista James Dunn abbia collegato un synth ARP 2600 modulare ad un microfono a contatto e alla batteria. Suonando quest’ultima riesce, quindi, contemporaneamente a far suonare il synth.
(27/12/2009)
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NINNI MORGIA CONTROL UNIT
Associazione Farm, Bologna (10 Aprile 22h00)
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Indie-Eye , by Michele Faggi
Abbiamo lanciato proprio Ieri il primo numero del nuovo video formato diindie-eye network intitolatoImmaginary Soundtrackscon la musica di Thomas Brownlees, ancora in home page da questa parte e proseguiamo con un ospite d’eccezione; Ninni Morgia catturato dal vivo durante il suo passaggio presso Exfila a Firenze, insieme aSilvia Kastel, titolare dell’etichetta Ultramarine e ingegnere del suono su molte delle produzioni della label Italo-Americana, per la quale, tra gli altri, è recentemente uscito (fine 2009) l’ultimo doppio vinile del chitarrista Catanese trapiantato a New York, Ninni Morgia Control Unit, uno dei suoi lavori più complessi e “liberi” registrato insieme a Jeff Arnal e il sassofonista Daniel Carter (Talibam!); tra i “figli” del Miles Davis elettrico la Control Unit di Morgia è sicuramente quello più apocrifo, selvaggio, non riconciliato, gravido com’è di influenze free-form che introducono elementi di musica orientale, musique concrète, psichedelia, una ricerca inconsueta e cosi radicale sulla timbrica etnica da avvicinare alcuni episodi dell’album alla creatività visionaria dei Sun City Girls; a fare da collante a tutto questo la ferocia sottocutanea e originaria del blues; derive che allontanano in modo positivo l’ascolto dai territori circoscritti di quello che potremmo definire come free-jazz. Proprio su questi aspetti ci siamo soffermati con Ninni e Silvia nella conversazione che abbiamo registrato nel caotico backstage di Exfila (per una parte dell’intervista non siamo riusciti ad “evitare” il rumore delle prove dei notevoli Qura, la nuova creatura di Matteo Bennici, di cui potete sentire i “guaiti” durante l’intervento di Silvia Kastel). Per l’occasione Ninni Morgia, che muta costantemente la formazione live della sua unità di controllo, si è esibito da solo con Silvia Kastel ai synth e alla voce, in unaperformance a nostro avviso memorabile, dove il martirio della chitarra “blues” è passato attraverso uso e abuso di oggetti non conformi. Nel video, oltre all’intervista è possibile vedere una ricca serie di estratti dal concerto registrato venerdi 9 aprile 2010 presso Exfila.
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NINNI MORGIA CONTROL UNIT
Ninni Morgia Control Unit
psichedelia jazz
La stagione del free-jazz esoterico e rituale, che guardava quasi più all’Asia che all’Africa, quello dell’ultimo John Coltrane e dell’allievo Pharoah Sanders, del Sun Ra più spirituale e di irregolari come Sonny Sharrock, Alice Coltrane, Burton Greene e tanti altri pareva chiusa da tempo. Dimenticata per decenni, questa particolarissima scuola di improvvisatori che dribblava ogni facile ammiccamento etno-world, che fosse arida filologia o forzosa riconduzione all’interno di solide grammatiche pop, aveva vissuto qualche nuovo sussulto negli anni 00 della New Weird America e del ripescaggio coatto di tutto ciò che potesse dirsi stramba materia folk.
Il sassofonista Daniel Carter fu uno dei tanti protagonisti dimenticati e sfortunati (per occasioni mancate e reticenza dei produttori) dell’ultima stagione del free-jazz e come altri (vedi Arthur Doyle, recuperato una prima volta in epoca no-wave, o Charles Gayle che vide uno studio di registrazione solo a fine decennio 80) negli anni bollenti della new thing registrò pochissimo, giusto un paio di comparsate in album di Gunther Hampel e Bob Moses, e siamo già nei 70. Come i vecchi bluesman, Carter è come non fosse mai stato giovane, e meno male che nei 90 l’hanno voluto con loro William Parker e Matthew Shipp. Così il suo nome ha ricominciato a circolare e negli anni 00, oltre a rientrare a pieno titolo nel giro dell’improvvisata che conta, ha flirtato con l’indie-rock e il weird-folk, impreziosendo dischi di Yo La Tengo e Soul-Junk e contribuendo a un intero album di Wooden Wand & the Vanishing Voice (”Gipsy Freedom”).
Oggi, grazie all’interessamento del “nostro” Ninni Morgia (The Right Moves, ex White Tornado eLa Otracina), Carter ha finalmente potuto realizzare un disco che, pur giustamente co-intestato a tutti e a Morgia in particolare, segna lo stato dell’arte del free-jazz rituale facendone un genere definitivamente moderno, senza rinunciare alle sue caratteristiche di base.
La Ninni Morgia Control Unit affianca alla chitarra (ma anche basso, sitar e kalimba) del leader catanese e ai fiati di Carter (tutti: sax, tromba, clarinetto flauto e anche la voce) le percussioni di Jeff Arnal e centra il bersaglio di una musica evocativa, lievemente fumosa come vuole il genere, ma perfettamente lucida e soprattutto “leggera” come aria fresca profumata d’incensi. Abbondano i saliscendi dinamici ed emotivi, eppure e il disco si mantiene privo di baricentro, ogni momento potrebbe essere inizio o fine di un discorso più ampio, e la sua forza sta in una leggiadria che è tutto fuorché priva di consistenza. Un volatile turbinio di sottili tele elettriche, esorcismi arabescati a firma Morgia, sottende l’oleoso fluire dei suoni, con Armal sempre presente in punta di penna e Carter che libra melodie avvolgenti in una libertà ultraterrena, talmente a suo agio nello spazio da farla sembrare la cosa più facile del mondo.
I tre suonano, insomma, con consumata disinvoltura. E il disco non ha spigoli né tratti ostici, pur essendo la materia ribollente e senza appigli, psichedelia dell’anima e senza intermediari. E dunque a poco varrà sottolineare le mirabili gommosità elettriche di “Foreign Visitors”, le spericolate traiettorie sotterranee col wah-wah di “Arriving At A Statement”, le sospensioni emotive tradotte in spirali speziate di “Nothingness” o il lento e oscuro gorgogliare di “Crystal Clear”, fino alle soavi ascensioni spaziali di “Misty Space”, forse davvero il finale migliore per un disco che solo per via dell’imperfezione tecnologica non va avanti all’infinito.
(25/01/2010)
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NINNI MORGIA CONTROL UNIT 2LP
(Ultramarine)
Quello di Ninni Morgia from Catania è un girovagare artistico oltre che fisico. Lo spostamento verso NYC, mecca indiscussa di certo rock rumoroso, alla distanza è equivalso alla necessità quasi fisiologica di allargare i confini di un suono al quale era legato e col quale era cresciuto. Questa (in)consapevole e costante crescita ha fatto vedere i suoi frutti sia nella padronanza dello strumento – sempre più matura e personale –, sia nell’allargamento dei riferimenti – ormai un vero e proprio universo fluttuante in cui convivono noisers e jazzisti, bluesman e folksters – e soprattutto nella considerazione di pubblico e critica, colti e non.
Tutta questa premessa per introdurre quella che è, ad oggi, la migliore prova del nostro. Giocato proprio su un terreno a lui non nuovo, quello della copula tra free jazz spirituale e psichedelia diluita e mistica, NMCU vibra di nuovi stimoli grazie anche a compagni di ventura non di poco conto. Ad accompagnare la chitarra di Morgia sono il batterista/percussionista Jeff Arnal e soprattutto Daniel Carter, sassofonista e multistrumentista già avvistato in una collaborazione coi Talibam! e tra i più attivi della scena free newyorchese. Non di poco conto il fatto che elementi del genere – si nota anche Scott Colburn in cabina di regia – si “prestino” ad un progetto focalizzato intorno alla figura di Morgia, vero?
Tutto meritato. L’ennesima creatura di Morgia è un concentrato di alta scuola jazz-psych, in cui suite raga senza tempo e visioni davisiane, mantra inaciditi e mistici deragliamenti free convivono agilmente e in splendido equilibrio. NMCU è uno splendido doppio vinile in cui non c’è realmente una nota fuori posto. La dimostrazione dello spessore di un Artista.
(7.5/10)
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Ninni Morgia Control Unit
(Ultramarine Records 2009)
Il chitarrista Ninni Morgia proveniente dai Right Moves raduna per questo album il multistrumentista Daniel Carter, animatore dalla scena free-jazz newyorkese e prestatore della sua arte a gente del calibro di Sun Ra, Sunny Murray e Talibam e il batterista Jeff Arnal. Nei quattro lati del doppio vinile, masterizzato da Scott Coburn, anch’esso prestatore del suo talento dietro la cabina di regia a tipi quali Sun City Girls e Animal Collective, il nostro modula sapientemente un costante ed ininterrotto flusso sonico ottimamente calibrato, e sviluppando brani che fondono psichedelia e free jazz, cosmiche visioni soniche con fluide divagazioni sotto acido, accompagna l’ascoltatore verso nuovi lidi di consapevolezza e di piacere sonico.
Aggiunto: January 6th 2010
Recensore: Marco Paolucci
Voto: 



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A LA LU LA
Amolvacy
(Ultramarine)
Il trio che muove le fila del progetto Amolvacy è di quelli di origine controllata. Tutta gente con un certo pedigree nel settore, a partire da Aaron Moore dei Volcano The Bear, che per l’occasione si accompagna a Dave Nuss dellaNo Neck Blues Band e Sheila Donovan dei Laboratory Theater Company. Questo licenziato per l’italianissima etichetta Ultramarine è il secondo parto della compagine. Il centro del discorso è una partitura strumentale che poggia le sue fondamenta su una base percussiva ispida e creativa, arrivando anche a mimare battiti e tremolii, con strumenti e voci.
Siamo in un territorio che per forza di cose arriva a tratti a collidere con il Beefhart più obliquo e anfetaminico (Beat Of The Drum) o il Moondog più naive e visionario (On Top Of Unknownille), tutto ovviamente calato in una tenebra esotica alla Volcano The Bear su cui la mano di Moore si muove sicura come un alchimista che sa quali sostanza miscelare nei suoi alambicchi. L’altro protagonista dell’operazione sta poi nelle parti vocali di Sheila Donovan, sorta di incrocio tra Yoshimi e Lydia Luch, che riesce al tempo stesso a farsi cartoon isterico (Ho-Ho-Kus) e suffragetta no wave con assorbente chiodato (Lula, Vehicular Bitterness).
Non meno interessante poi tutto l’assunto base del disco, che prendendo le mosse dalle parole riportate sul retro ad opera di Jose da Fonseca e Pedro Carolino, autori portoghesi che nel 1855 scrissero un libro di prose in inglese intitolato “English As She Is Spoke”, pur non conoscendo una parola di inglese. Da qui e da una riflessione sul ruolo del suono e della musica nella comunicazione nello scambio primordiale tra linguaggi diversi e inintelligibili il titolo ironico-dadaista di A La Lu La.
(7.3/10)
Antonello Comunale
www.sentireascoltare.com
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AMOLVACY
A La Lu La
improvvisazione
Così la formazione di Aaron Moore (Volcano The Bear), Dave Nuss (No-Neck Blues Band) e Sheila Donavan (del Laboratory Theater Company) riesce a tenersi all’interno di un formato canzone eterodosso, attraversato, sventrato oserei dire, da eventi sonori improvvisativi.Con un interplay preciso, squadrato, tra gli strumenti gli Amolvacy sono capaci di costruire delleminisuite tracimanti di sensazioni scarnificanti, in cui le percussioni, sono l’asse portante del suono, attorno a cui si avviluppano e si sviluppano improvvisazioni colleriche di viola, violino e violoncello.
In tal senso, bellissima la recita da autoanalisi esistenziale di “Vehicular Bitterness” in cui la Donovan ricorda parecchio la Carla Bozulich di “Hello, Voyager“. E ancora la Donovan protagonista in “Alyptyg Nymakx”, con il suo salmodiare cupamente espressionista ad accompagnare un paludoso intreccio d’archi, mentre l’andamento sghembo di “Om Cakes” sembra riattualizzare i fantasmi free form del collettivo americano Trans Museq, seppur in una sua versione meno estrema, tuttavia maggiormente “emotiva”.
Il resto dei pezzi conserva una tensione emotiva elevata, mantenendo il disco nel suo complesso su standard qualitativi piuttosto alti,
Last but not least, molto bella l’edizione in vinile trasparente, mentre il retro del disco presenta testi di Jose da Fonseca e Pedro Carolino, due portoghesi che nel 1855 crearono un breviario in lingua inglese dal titolo “English As She Is Spoke,
Allora con l’uscita di questo “A LA LU LA” e dopo gli ottimi dischi di The Right Moves, e Chris Forsyth & Shawm Edward Hansen, la Ultramarine si candida a diventare l’etichetta italiana più interessante di questo 2009.
(04/11/2009)
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DIRTY POOL
Chris Forsyth / Shawn Edward Hansen
(Ultramarine)
Forsyth e Hansen sono due figure abbastanza defilate della scena avant rock di questi anni, eppure con la siglaPhantom Limb & Bison, che li vede protagonisti entrambi e ancora di più con i Peeesseye (che è la band madre dietro cui si muove il primo), hanno attirato le orecchie giuste dei palati più difficili e raffinati.
Dirty Pool, titolo che sigla una jam psichedelica in tre movimenti tra le più riuscite di questi anni, non è però pubblicato sull’etichetta di Forsyth (l’ormai mitica Evolving Ear), quanto piuttosto sull’italiana e promettente Ultramarine, che si va ad aggiungere idealmente all’altra italiana Qbico nella difficile tradizione del vinile di culto. Il disco parte sonnacchioso e criptico, nell’intimità di un dialogo intimo tra chitarra e organo che occupa tutto il primo lato, in un modus che fa pensare sia a Tom e Christina Carter che al Loren Connors più lunare. Il secondo lato si anima sulle spartane orme di un blues stiracchiato, che si aggroviglia lento e mantrico su un arpeggio appena elettrico in crescendo epico che come giustamente fa notare qualcuno strizza l’occhiolino ai Television, seppure in un modo del tutto desueto.
In chiusura, una frase emozionata di chitarra in partitura stellare a due con il farfisa di Hansen nella scrittura di una stupefatta nuova Dark Star degli anni 2000. Disco raffinato eppure sempre e comunque comunicativo e immediato, lontano dalle nebbie più criptiche, presuntuose e snob di tanta avant-“merda” di questi anni.
(7.3/10)
Chris Forsyth & Shawn Edward Hansen
Dirty Pool
Fluidi ( e sporchi)
Entrambi membri dei Phantom Limb & Bison, Chris Forsyth (chitarra) e Shawn Edward Hansen (Farfisa) confermano il valore della scena avant newyorchese legata ai Peesseye, di cui Forsyth è punto di riferimento decisivo.
Proposto dall’italianissima Ultramarine Records, il duo scorre, come regola impone, in una certa tradizione, per poi sviscerarla attraverso una delicatezza surreale (la visionarietà di di Hansen), percorsa da schizzi - mai eccessivamente cerebrali - grezzi nelle dinamiche (quasi) blues (l’acidità di Forsyth, a tratti non distante dal Grubbs della prima metà degli anni ‘90). Il tutto in tre episodi che prendono spunto da Big Star (l’iniziale I First Saw You) e Television (Moon, I Ain’t Waiting), sfidando l’astrattismo con accenni folk-blues su dilatazioni post. Per cultori dall’ottimo gusto.
Gruppo: Chris Forsyth & Shawn Edward Hansen
Titolo: Dirty Pool
Label: Ultramarine Records
Anno: 2009
Dopo la collaborazione di Shawn Edward Hansen con Jaime Fennelly nell’ambito del progetto Phantom Limb, tocca all’altro leader ideale dei Peeesseye, Chris Forsyth, incrociare la chitarra con il Farfisa di Shawn. Ed è la consacrazione di un altro ottimo lavoro, solo su lp per la Ultramarine, a breve distanza dal nuovo Right Moves della coppia Ninni Morgia/Kevin Shea. È anche la curiosa dimostrazione del periodo di forma dei due Peeesseye, al di fuori della produzione del “progetto madre”. New York è ancora fucina di talenti capaci di dar vita a composizioni dalle vibrazioni sperimentali e catartiche, sostenute dagli ammalianti arpeggi della chitarra di Forsyth e della visione tutta di ricerca e improvvisativa che si dipana una volta che questi vengono incrociati con i sapienti tocchi dell’organo governato da Shawn. Il cd, masterizzato da Scott Colburn (Sun City Girls) nella primavera 2009, parte lieve e silenzioso con la psichedelia fluttuante della lunga “I First Saw You”. Movimenti furtivi di ombre che si addensano in materia dal corpo post-rock e dall’anima più classicamente rock di quanto si possa pensare, quasi come dei Gastr Del Sol impegnati nella loro versione di americana. Sparuti accordi su Farfisa fanno da apripista per le più corpose e interconnesse “Moon, I Ain’t Waiting” e “Broke Down And Busted”, circolari e cadenzati mantra capaci di obnubilare i sensi e avvolgere chi ascolta nel turbine malsano ma piacevolissimo che conduce sul fondo della piscina maledetta gestita da Chris & Shawn. Voto: 4/5
A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it]
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CHRIS FORSYTH & SHAWN EDWARD HANSEN
Dirty Pool
free psichedelia
Un titolo particolarmente azzeccato, “Dirty Pool” – piscina sporca, battezza questa session in tre parti registrata nel 2005 dal chitarrista Chris Forsyth con l’organista Shawn Edward Hansen, entrambi membri dei Phantom Limb & Bison, con Forsyth che guida da anni quell’entità indefinibile dell’universo avant-rock americano chiamata Peeesseye. A pubblicare nel 2009 questa preziosa gemma d’archivio ci ha pensato l’attenta e già interessante etichetta italianaUltramarine, che mostra l’ennesimo lato inedito della produzione musicale che fa capo al giro dell’etichetta newyorkese Evolving Ear, sempre defilata dalle scene underground che contano e fanno più rumore, e proprio per questo capace di smarcarsi dalla norma con leggera e brillante indifferenza, suonando sempre diversa quel tanto che basta per lasciare segni destinati a durare nel tempo.
“Dirty Pool” risuona davvero come un vischioso brodo di psichedelia primordiale, con il Farfisa di Hansen a fare da collante onnipresente che pervade tutto quanto, con toni talora chiesastici, e altre volte più borbottanti e sottopelle quando non pregni di suggestioni futuribili sempre graziate da un tocco naif ed emotivo. Su questa patina bluastra e ondeggiante si inseriscono le punteggiature di chitarra di Forsyth, che spesso si dilata in astrazioni blues alla Mazzacane Connors e altrove preferisce inacidirsi in contorsioni liquide che mandano a memoria la lezione del Peter Green di “The End Of The Game”. Forsyth non si fa prendere da manierismi avant e Hansen sembra totalmente estraneo alla seriosità di simili contesti, per cui il disco suona di una sincerità toccante, ed è facile anche fidarsi delle dediche esplicite al mondo del rock, come suggeriscono i titoli delle tracce. “I First Saw You” è ispirata alla “Kangaroo” dei Big Star, di cui riprende l’incipit nel titolo, mentre la seguente “Moon, I Ain’t Waiting”, dall’andatura elettrica e circolare, con Forsyth che arpeggia la cosa più semplice e perfetta che gli passa per la testa, si richiama nella stessa maniera sfuggente eppure esplicita alla “Marquee Moon” dei Television. Nel finale il brano prima si increspa e poi ogni tensione si stempera lentamente in un livido rilascio di bave d’organo acutissime cullate da un dolce carillon chitarristico, finchè tutto non ricomincia identico a vagheggiare timide pillole di eternità. “Broke Down And Busted” (stavolta il rimando è a Todd Rundgren) è una sorta di blues-rock siderale senza smanie escapiste né ansie muscolari, che nel suo lento levarsi ispirato e ineluttabile diventa un’ode celestiale che rivela finalmente la natura dell’album, come una piccola, discreta e del tutto materialistica, esperienza mistica.
(27/09/2009)
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THE RIGHT MOVES
The End Of The Empire
psych-impro-rock
Partiti da una formula impro-rock riuscita ma non abbastanza originale da lasciare il segno in tempi di generica indolenza nei confronti di tutto ciò che può dirsi anche solo lontanamente codificato, i The Right Moves perdono il valido trombettista Peter Evans e, riducendosi a trio, trovano una strada che è loro e soltanto loro, quella di una musica fatta di stridori ed escoriazioni impro che si elevano a magniloquenti sinfonie di accecante e irrequieta psichedelia ambientale dallo spazio profondo. E’ bastato prendere tre ottimi ed esplosivi musicisti, già affiatati tra loro, e costringerli a trovare un baricentro comune, senza forzare sconvolgimenti, ma anche imponendo un equilibrio ferreo.
Il chitarrista Ninni Morgia (ex-La Otracina e White Tornado, ambasciatore italiano nella New Yorkunderground), il batterista Kevin Shea (Talibam!, People, ex Storm & Stress e mille altre cose) e il bassista Stuart Popejoy (impegnato nell’entità prog-metal Bassoon) hanno trovato una formula di psych-rock sfumato e futuribile che ne fa una sorta di Fushitsusha più inclini alle dissoluzioni di Sonny Sharrock e del Miles Davis di “Bitches Brew”, che non alla frastornazione rock di Velvet Underground e Blue Cheer.
Il leader dell’operazione è Morgia, che qui giunge al culmine della sua poetica, omaggiando maestri iconoclasti come i già citati Haino e Sharrock senza cedere in comunicativa, merito forse anche dell’esperienza nei La Otracina, il cui suono space-oriented riecheggia nelle lunghe dilatazioni, quasi floydiane, dell’iniziale “Meet You At The Black Sands”, ma la vera specialità è quella di riempire l’intero spettro sonoro di calde e finissime piogge di elettricità come in “When We Were American”. Qui emerge in tutta la sua importanza anche il lavoro di Popejoy, che lungi dal suonare qualcosa che somigli a sequenze di note, garantisce corpo e spessore alla musica ed è capace di rendere il suo basso tanto pachidermico (nelle figurazioni metal che sottendono il brano) quanto evanescente.
Ma quello che più colpisce è forse il rigore col quale Kevin Shea trattiene la sua foga. Intendiamoci, l’incontenibile batterista colpisce in ogni dove, come sempre, ma misura l’impeto e non cerca derive escapiste e destrutturanti, mettendosi anzi al servizio delle narrazioni post-apocalittiche affidate alla sei corde di Morgia. Shea lavora molto coi piatti, e il suo furente arrovellarsi sui componenti della batteria, inciampando e rialzandosi di continuo, è perfettamente funzionale all’incedere epico e terremotato di questo rock psichedelico urbano, tutto fremiti e vortici, con solo qualche sparuta oasi di calma piattissima. La miscela del trio è addirittura superlativa su “Yes, They Can”, con Morgia rumorista e allo zenith dell’effettistica, e gli altri a ruota, intrappolati in una gabbia di continue frenate e ripartenze.
Lontanissimi da ogni banale deriva drone-rock a cui si è assoggettata fin troppa parte di una scena neo-psichedelica ormai costretta a vie di fuga che paiono autentiche ritirate, i The Right Moves dimostrano che la maturità musicale conquistata sul campo è la migliore delle ricette per la longevità artistica e anche per le creazioni più fresche.
(18/05/2009)
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THE END OF THE EMPIRE
Right Moves (The)
Ultramarine
Abbandonata la nave La Otracina prima del naufragio sulle spiagge dell’hard-rock, Ninni Morgia torna all’altro dei suoi grandi amori. Se il primo era ovviamente il noise-rock dei primordi col quale si è fatto un nome nell’underground mondiale, l’altro è sicuramente la sperimentazione free-form che pervade ogni anfratto di The End Of The Empire, comeback dopo l’omonimo di 3 anni fa.
Persa per strada la tromba di Peter Evans, Right Moves è ormai questione a tre con il drummer extraordinaire Kevin Shea e il bassista Stuart Popejoy pronti a supportare la liquida chitarra di Morgia; ma non è che la retrocessione al rango di power trio incida più di tanto sulle musiche, anzi. Il progetto sembra ora addirittura più focalizzato sulla dispersione delle forme e delle matrici canonicamente rock in un deliquio psycho e free inacidito e inquieto; baricentro emotivo è ovviamente la chitarra – anche per le scelte in fase di produzione – ma il basso di Popejoy scivola soffice e jazzy “sotto” tutte le composizioni mentre l’usuale drumming ipercinetico di Shea fornisce un tappeto stimolante e mai invadente sul quale la chitarra è realmente libera di costruire passaggi a tutto tondo: sotto forme da jazz ambientale e/o da psych-rock visionario e subliminalmente geometrico, umorale e introspettivo.
La deriva è verso le spiagge della liquidità ariosa d’area psych che fa tornare in mente indistintamente Pink Floyd, Fushitsusha, San Agustin, Fahey, Sharrock e compagnia sognante. Cosa niente affatto male di questi tempi.
(7.0/10)
(SENTIREASCOLTARE)
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The Right Moves
The End Of The Empire

Libertà ed oltre
Maggio in compagnia di Kevin Shea. A pochi giorni dall’uscita griffata Hey!Tonal, l’ex Storm And Stress sbuca anche nella seconda fatica del marchio The Right Moves. Con lui la pregevole presenza di Ninni Morgia (White Tornado, La Otracina) insieme a Stuart Popejoy. Manca, rispetto all’esordio, la tromba di Peter Evans. Eppure, vista la sostanza della proposta, nemmeno ci stiamo a pensare troppo.
Diramazioni ambient-jazz con piglio visionario, in cui l’atteggiamento free sembra essere la prima delle coordinate. Forme deraglianti, sincopate, dove estro e fantasia lasciano un respiro emozionale anche negli istanti di maggiore complessità. Con geometria narcolettica, acida eppure personale, senza celare una curiosa ritrosia verso il deragliamento assoluto. La ruggine c’è, ma è sussurrata e quando sporca lo fa alla moviola, perchè l’introspezione della proposta deve entrare in circolo con doverosa lentezza. Allora il paragone con gli US Maple è nella dilatazione delle idee e non sembrerà folle immaginare i tre in qualche locale del Kentucky con quel David Grubbs di fine anni ‘80. E solo da questo sarà facile comprendere qualità e gusto di un album destinato ad un vero culto. www.kronic.it
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Gruppo: The Right Moves
Titolo: The End Of The Empire
Label: Ultramarine Records
Anno: 2009
Frammenti di sensibilità musicali che davano vita a band di stampo sostanzialmente diverso, concorrono a dipingere l’interessante affresco sonoro dei Right Moves. Alla batteria Kevin Shea, un uomo che prima o poi la suonerà anche con l’orchestra di Sanremo, al basso Stuart Popejoy e alla chitarra e alle tastierine Casio il nostro Ninni Morgia, ex anima chitarristica dei La Otracina. Abrasiva e illuminata da funesti lampi post-rock “Meet You At The Black Sands, “When We Were American” ha bassi e estrutture chitarristiche più corpose e magmatiche, e poi “Cleaning Up The Desk” - tra sinistri rumori simili a pale di elicotteri in movimento - funge da parziale detonatore della tensione accumulata. Con una scudisciata noise, “Yes, They Can” rompe il clima sospeso creato dal trittico iniziale, recando con sé macerie improv e catarsi elettriche, successivamente in “Living Undergorund” abbiamo noise che muta in doom cancerogeno. “Fast Mood” e “Social Power Jumboree” si ergono su tutto svicolando da fogne mefitiche e aprendosi in in un mood oscuro e sinistro, molto simile a quanto mostrato dagli Zu nel loro ultimo cd. Una gradita sorpresa, quindi, il progetto The Right Moves, confezionata da due esperti e abili musicisti. E anche se sostanzialmente prende vita e spunti da territori ampiamente esplorati, non manca in coinvolgimento e grana sonora di quelle di classe. Mezza stella in più e attesa per la prossima mossa. Voto: 3/5
A cura di: Giampaolo Cristofaro
